giovedì 7 ottobre 2010

Lucciole e tasse

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 20528 del 1º ottobre 2010 si è pronunciata sulla posizione di una ragazza a cui l'Agenzia delle Entrate nel 2002 aveva contestato, viste la notevole disponibilità di denaro che affluiva sul suo conto corrente, di svolgere un'attività di lavoro autonomo non dichiarata (oltre al suo normale lavoro di cameriera). In sostanza questa faceva la prostituta.

Nell'accertamento (per Irpef, Irap e pure Iva) e nel successivo ricorso alla CTP non veniva fatto esplicito riferimento all'attività ma si parlava solo di generica attività autonoma. La donna si difendeva affermando che i soldi erano in realtà regali di amici (giuro che avrei pagato qualcosa per essere io il suo difensore), il bello è che la Commissione Provinciale ci crede e conclude che uno stile di vita “disinvolto” non può essere fiscalmente perseguito e che inoltre i compensi dell'attività di prostituzione non sono imponibili.

Nell'appello in Commissione Regionale l'AdE cambia strada sottolineando che la prostituzione è vietata e che pertanto i proventi illeciti devono essere assoggettati a tassazione come previsto dall'articolo 14, comma 4 della legge n. 537 del 1993. Anche questa volta escono sconfitti ma non demordono e decidono di tornare in attacco in Cassazione (la faccenda è andata avanti ben 8 anni).

Arriviamo quindi alla suprema Corte che se ne esce con alcune considerazione davvero particolari. Testualmente dice:
all'esercizio dell’attività di prostituta della ..., che ha coltivato nel tempo numerose relazioni tutte lautamente pagate, non vi è dubbio alcuno che anche tali proventi debbano essere sottoposti a tassazione, dal momento che pur essendo una attività discutibile sul piano morale, non può essere certamente ritenuta illecita.
Quindi afferma in maniera assolutamente pacifica che la prostituzione è un'attività lecita ("non illecita" dice) e di conseguenza deve pagare le tasse sui proventi realizzati. Qua infatti non si fa riferimento alla legge sulla tassazione dei proventi illeciti ma alle normali norme tributarie.
Da questo ne scaturisce che in teoria Agenzia delle Entrate e Inps dovrebbero permettere ad una prostituta l'apertura di una regolare partita Iva e posizione previdenziale (gestione separata inps immagino). Vorrei proprio vedere la faccia del funzionario, chissà che qualcuno non lo faccia davvero.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Faccio notare che purtroppo la detta Pronuncia della Suprema Corte nel proprio testo non ha tenuto conto dei dettami della Legge 75/1958 agli articoli 7 e 3 comma primo numero 8, i quali impediscono di registrare le donne come prostitute e che lo stesso Stato con le tasse può diventare uno sfruttatore dell’altrui prostituzione.
Inoltre, nella medesima Sentenza è stato appurato che il sesso a pagamento non è attività “illecita” e di conseguenza non può entrare nei parametri dell’articolo 6 comma 1 del D.P.R. 917/1986 T.U.I.R., chiarificato dalla Legge 537/1993 articolo 14 comma 4 e dalla Legge 248/2006 articolo 36 comma 34 bis ed in tal modo i principi di queste norme non possono derogare implicitamente ai suddetti dettami della Legge 75/1958 secondo i quali la prostituzione non può essere tassabile. In altre parole, contrariamente ai suoi dettami principali, la nuova fattispecie giurisprudenziale potrebbe addirittura favorire la non fiscalità del lavoro sessuale in Italia.
Quindi, al fine di non pagare le tasse per l’esercizio del meretricio, si può benissimo svolgere nuovamente un altro ricorso alla Suprema Corte con il suddetto teorema messo in contrasto parziale alla sua ultima Sentenza n. 20258/2010, senza prendere in considerazione come tesi difensiva alcuna interrogazione parlamentare, come invece è stato ipotizzato dalla difesa della persona che ha perso la causa.

Simone Malacarne ha detto...

Il tuo ragionamento fila. In pratica è una sorta di corto circuito giuridico.
Da una parte la Cassazione dice che l'attività non è illecita e quindi non tassabile come tale. Dovrebbe essere tassata in maniera ordinaria ma la Merlin negli articoli che tu hai citato dice: "Le autorità di pubblica sicurezza, le autorità sanitarie e qualsiasi altra autorità amministrativa non possono procedere ad alcuna forma diretta od indiretta di registrazione, neanche mediante rilascio di tessere sanitarie, di donne che esercitano o siano sospettate di esercitare la prostituzione, né obbligarle a presentarsi periodicamente ai loro uffici.
E' del pari vietato di munire dette donne di documenti speciali". Questo impedisce di registrarsi presso agenzia delle entrate, inps e inail.

In linea puramente teorica però questo non impedisce ad una prostituta di pagare le tasse. Basta che compili il quadro E e versi il dovuto, sicuramente i suoi soldi non verranno rifiutati.

Il resto è più materia da Corte Costituzionale che dovrà stabilire se la Merlin è nei loro confronti discriminatoria non permettendole di svolgere in maniera totalmente regolare la professione.